Saluto di Natale di Don Massimo

“E se non fossimo abbruttiti, figliolo mio, da anni e secoli e generazioni di catechismo, se non fossimo obliterati, annullati, assordati, inebetiti, abituati, smussati da anni e secoli, da generazioni di catechismo…, se prendessimo i testi sacri come bisogna prendere tutti i grandi testi, e come noi non li prendiamo…, nella loro piena, nella loro estesa, in tutta la loro crudezza, in tutto quello che hanno (colto), in tutto quello che riportano della realtà stessa, se non lasciassimo, se non ammettessimo che ci sia tra loro e noi il frapporsi dell’abitudine e dell’inebetimento dell’abitudine, saremmo, amico mio, saremmo atterriti da quel testo”. Queste parole sono di Charles Peguy prese dal suo libro “Dialogo della storia e dell’anima carnale” a proposito del brano del vangelo su Gesù nell’orto degli ulivi, ma credo lo si possa applicare a tutto il Vangelo. Abbiamo trasformato l’annuncio appassionato di Gesù e dei primi discepoli in discorsi che ci lasciano come se non li avessimo neppure ascoltati, addormentano il cuore e la mente e non ci stimolano a porci delle domande che allarghino l’orizzonte ed espandano il nostro spirito. Abbiamo imborghesito tutto addomesticando e anestetizzando la potenza del vangelo. Gesù ce lo ha ricordato di recente quando nel vangelo di Luca ci diceva continuamente di stare svegli, di vigilare, di alzare lo sguardo. E’ proprio un problema di sguardo perchè fissandolo alla nostra altezza vediamo solo ciò che il nostro mondo ha creato e che a poco a poco sta distruggendo con l’illusione di poterci salvare da soli come le persone al tempo di Noè, ci ricorda nuovamente Gesù. Sappiamo benissimo che stiamo vivendo un cambiamento d’epoca, come dice papa Francesco, ma continuiamo ostinatamente, per paura, a rimanere radicati a ciò che abbiamo sempre fatto anche se è evidente che non funziona. Evitiamo la fatica di alzare lo sguardo attraverso una iperattività ossessiva, giustificata da bisogni indotti, affinchè lo schema permanga e così continuiamo la vita come se fossimo dentro ad una bolla che ha come parete interna tanti specchi da non farci intravedere nulla né al nostro fianco né al di sopra di noi, solo noi stessi. Gesù ci invita ad alzare lo sguardo per vedere oltre ciò che Dio sta preparando. Solo uno sguardo che si nutre di Spirito può osare una visione come quella di Maria che nel Magnificat intravede una realtà che solo lei riesce a vedere, mentre uno sguardo orizzontale percepisce solo una realtà inammovibile destinata necessariamente all’ insuccesso. Cosa manca al nostro sguardo svuotato di speranza? L’esperienza di un incontro ravvicinato con Dio in Gesù di Nazareth. Con le nostre catechesi crediamo di far incontrare Gesù invece non facciamo altro che spiegare più o meno chi è. Spiegare non è incontrare o far incontrare. Un vero incontro con Gesù ci cambia la vita, ci fa acquisire uno sguardo nuovo, ci contagia con la sua passione. Dobbiamo assolutamente aiutarci reciprocamente a tenere gli occhi e le orecchie aperte, perchè oggi è troppo facile assopirci e perdere le occasioni di puntare lo sguardo più in alto o di percepire la voce del Signore che ci cerca con suoni che vengono da “strumenti” da cui non ce lo aspettiamo. Il nostro grosso rischio è fare cose che hanno una coloritura apparentemente cristiana, ma un’ anima mondana, per questo non trasmettono energia. Ci manca la passione che solo un incontro con Dio può darci. Signore siamo ciechi, apri i nostri occhi per vedere quante persone oggi hanno sete di spiritualità e aspettano da noi la rivelazione di un volto nuovo. Invece noi continuiamo a dare un cibo stracotto che non riempie nessuno. E’ da un cuore pieno, come quello di Maria a casa di Elisabetta, che si acquista uno sguardo capace di vedere oltre il grigiore della quotidianità e incrociare il sorriso di Dio che non vede l’ora di incontrarci. Natale è festeggiare una nascita che ci spinge a nascere e rinascere, è una festa che ci rivela la nostra natura intima che è alla continua ricerca di qualcosa o di qualcuno che finalmente riempia la mia sete di vita. Essere svegli e alzare lo sguardo significa quindi non fermarsi nella ricerca, lasciarsi guidare dalla propria sete ed evolvere fino alla piena nascita di noi stessi.  Aiutiamoci a vicenda a non porre troppi freni, facciamo i turni per mantenerci svegli in questa notte che impedisce agli uomini di continuare a sperare. Buon Natale

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Ultima Modifica: da Giovanni Caini

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